Certificazione EPD e Acquisti Verdi, Intervista alla Prof.ssa Salomone

03/10/2008

Prende sempre più piede l’mpegno delle amministrazioni pubbliche per riservare il 30% dei propri acquisti a prodotti e servizi eco-compatibili, come previsto dalla normativa italiana. Per comprendere meglio il ruolo delle certificazioni ambientali nella selezione delle forniture abbiamo intervistato la Prof.ssa Salomone, Professore associato di Scienze Merceologiche presso il Dipartimento di Studi su “Risorse, Impresa, Ambiente e Metodologie quantitative” (Dipartimento RIAM) - Università degli Studi di Messina, dove insegna “Ecologia Industriale” e “Management Ambientale”.

Tra le varie forme di certificazione ambientale stanno prendendo sempre più piede quelle basate sulla Life Cycle Assessment, come ad esempio l’EPD può spiegare brevemente di cosa si tratta?
EPD è l’acronimo di Environmental Product Declaration, ovvero Dichiarazione Ambientale di Prodotto (DAP). Si tratta di un documento di natura informativa e a carattere volontario che accompagna la commercializzazione di un prodotto e che riporta al suo interno tutta una serie di informazioni, tra cui gli impatti ambientali associati alle varie fasi del ciclo di vita del prodotto.
A differenza delle etichette volontarie di prodotto di tipo I (come per esempio l’Ecolabel europeo, il Blue Angel tedesco, il Cigno Bianco scandinavo, ecc.), per le EPD (etichette di tipo III) non è necessario dimostrare il raggiungimento di determinati requisiti minimi di prestazione ambientale, perché obiettivo delle EPD è quello di informare i consumatori e metterli in condizione di potere effettuare delle comparazioni tra prodotti alternativi sulla base delle loro prestazioni ambientali. Quindi, sia le etichette di tipo I che quelle di tipo III hanno alla base uno studio di Life Cycle Assessment - LCA (valutazione del ciclo di vita di un prodotto), ma mentre le prime sono associate a “prodotti verdi” ovvero di eccellenza ambientale, le seconde hanno solo scopo informativo e di comunicazione ambientale.
Per far ciò le EPD presentano le seguenti caratteristiche:

  • oggettività - la quantificazione degli impatti ambientali viene effettuata sulla base di uno studio di LCA condotto in conformità a quanto previsto dalla famiglia di norme ISO 14040;
  • comparabilità – per rendere comparabili le informazioni contenute nelle EPD vengono definite, per ogni gruppo di prodotto, le c.d. PCR (Product Category Rules) che, elaborate dalle parti interessate secondo meccanismi di consultazione pubblica, contengono i requisiti su come condurre lo studio LCA e come descrivere le performance ambientali del prodotto all’interno della EPD. Pertanto, se un produttore desidera pubblicare una EPD deve fare riferimento alla PCR redatta per il gruppo a cui appartiene il proprio prodotto; se la PCR ancora non esiste lo stesso produttore può richiedere l’avvio della procedura di definizione della stessa;
  • veridicità – prima di essere pubblicata la EPD deve essere convalidata da appositi organismi di terza parte (riconosciuti da un competente ente di accreditamento) che accertano la correttezza dello studio LCA, la veridicità delle informazioni e la conformità a quanto riportato nella PCR di riferimento.

Il recente piano d’azione sugli acquisti verdi include alcune certificazioni basate sulla LCA tra gli strumenti di valutazione a disposizione delle pubbliche amministrazioni nella fase di approvvigionamento. In che modo gli enti pubblici possono orientare i propri acquisti attraverso queste certificazioni? È possibile includerle nei capitolati di gara?
Il Piano Nazionale d’Azione sul Green Public Procurement (PAN GPP) è stato approvato con decreto del Ministero dell'Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare l’11 aprile 2008 ed ha previsto che, nelle proprie procedure di acquisto, gli enti locali e la Pubblica Amministrazione adottino dei “criteri ambientali”. Lo stesso decreto ha, inoltre, previsto che successivi provvedimenti attuativi definiranno dei “criteri ambientali minimi” cui le PA dovranno attenersi nell’esecuzione degli approvvigionamenti.
È quindi evidente che, l’attuazione del PAN GPP, consentirà di ottenere un duplice beneficio: da un lato rendere sostenibili le attività di consumo degli uffici pubblici, dall’altro, come conseguenza dell’aumento degli acquisti verdi, stimolare l’innovazione ambientale del tessuto produttivo.
Per la PA fare “acquisti verdi” significa anzitutto integrare dei criteri ambientali (definiti in un’ ottica di ciclo di vita del prodotto) negli appalti pubblici. Lo stesso PAN GPP chiarisce che per individuare le caratteristiche di preferibilità ambientale dei prodotti (ovvero i criteri ambientali) è possibile avvalersi degli strumenti di valutazione e certificazione ambientale codificati in norme tecniche riconosciute a livello nazionale, europeo e/o internazionale. Ciò significa, per esempio, che è possibile definire criteri ambientali ispirati ai requisiti minimi delle etichette di tipo I (Ecolabel, ecc.), può anche essere ammesso che il possesso dell’etichetta sia utilizzato come mezzo di prova (non esclusivo), ma non si può richiedere ai partecipanti all’appalto l’iscrizione a sistemi di etichettatura.
Ovviamente, anche altri tipi di certificazione ambientale possono essere considerati strumenti conoscitivi per il GPP; nello specifico, particolarmente utili sono:

  • le EPD – data la credibilità e veridicità delle informazioni in esse contenute, le EPD consentono di confrontare le prestazioni ambientali dei prodotti e individuare i dati rilevanti per l’ufficio appaltante; non a caso le EPD sono considerate un ottimo strumento di comunicazione BtoB (business to business);
  • la registrazione EMAS e la certificazione ISO 14001 – in particolare, in determinati appalti di servizi e lavori il possesso di questo tipo di certificazione può essere utilizzato come mezzo per valutare le capacità di gestione ambientale dei partecipanti ed essere utilizzato nella fase di selezione;
  • altre tipologie di etichettatura - sia volontaria (per esempio le autodichiarazione di tipo II come il Ciclo di Mobius) che obbligatoria (marchi di prodotto obbligatori)che, anche se riferiti ad un solo tipo di impatto ambientale o a specifici settori merceologici, costituiscono uno strumento conoscitivo molto utile per la definizione dei criteri ambientali e la loro verifica.

Le LCA non si limitano più ai prodotti ma possono riguardare anche i servizi come quello di gestione dei rifiuti sanitari svolto dalla Mengozzi. In questi casi come viene effettuata l’analisi?
In una società in cui i servizi assumono sempre più un peso determinante non possono mancare efficaci strumenti per la valutazione ambientale di tali attività economiche. E così, la metodologia LCA, pur essendo nata per il settore manifatturiero ed industriale, trova ormai applicazioni in vari settori produttivi e può essere utilizzata per valutare i potenziali impatti ambientali associati non solo ai prodotti, ma anche ai servizi.
In particolare, il forte interesse per l’applicazione della LCA nei servizi è stato in gran parte determinato proprio dall’evoluzione dei sistemi di etichettatura ecologica; si pensi a tal proposito alla definizione dei criteri ecologici di assegnazione dell’Ecolabel europeo al settore del turismo ed alla redazione di PCR per i servizi di gestione dei rifiuti (servizi di smaltimento di rifiuti solidi, di trattamento di acque reflue municipali, ecc.) che hanno determinato la necessità di definire modalità per adattare al meglio la Life Cycle Assessment ai servizi.
Una LCA di un servizio viene effettuata seguendo le tradizionali fasi della metodologia come indicato nella norma ISO 14044:2006, ovviamente, però, l’applicazione della LCA ai servizi comporta diversi problemi applicativi, quali: carenze nella disponibilità e qualità di dati specifici per il settore, definizione dell’unità funzionale e del campo di applicazione (data la complessità e la diversa estensione della “catena” di fornitura dei servizi), notevole difficoltà nel valutare gli elementi intangibili del servizio od, ancora, aspetti connessi al fatto che la LCA è site-indipendent, mentre nella valutazione di un servizio non si può prescindere dal contesto territoriale in cui esso è inserito.
Nel caso specifico di una EPD, come quella del servizio di gestione di rifiuti sanitari della Mengozzi, le specifiche per la conduzione dello studio LCA sono contenute nella PCR di riferimento, dove si trovano, infatti, non solo le indicazioni su quali sono i parametri da dichiarare nella EPD per descrivere le performance ambientali del servizio, ma anche i requisiti dello studio LCA da condurre (definizione dell’unità funzionale, definizione dei confini del sistema, esclusioni dal sistema analizzato nello studio, procedure di allocazione, unità di misura, requisiti dei dati da utilizzare nello studio, ecc.).

Rispetto al panorama europeo quanto sono diffuse in Italia le certificazioni ambientali sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo?
Fino a qualche tempo fa le aziende hanno avuto come primaria preoccupazione la qualità e la produttività e la loro responsabilità ambientale si limitava a quanto accadeva nella singola fase di fabbricazione, all’interno dei muri della propria azienda. Questo tipo di “sensibilità ambientale” ha trovato sbocco soprattutto nelle registrazioni e certificazioni dei Sistemi di Gestione Ambientale, ovvero con il Regolamento EMAS, la cui prima edizione risale al 1993, e con la ISO 14001, la cui prima edizione risale al 1996.
Oggi, la maggiore consapevolezza ambientale pubblica e dei consumatori sta spingendo sempre più l’attenzione dagli impatti ambientali dei singoli siti produttivi alle conseguenze ambientali associate ai prodotti e, pertanto, alle aziende viene richiesta la capacità di governare un processo che si estende oltre i confini della propria fabbrica e che, partendo dalla progettazione, si spinge lungo tutta la durata di vita del prodotto, sino alla sua dismissione. Ciò ha segnato la nascita della c.d. “responsabilità estesa del produttore” e di tutta una serie di strumenti di gestione ambientale orientati al prodotto basati sull’approccio del Life Cycle Thinking, quali ad esempio: la Life Cycle Assessment (ISO 14040 e seguenti), l’Eco-Design (ISO/TR 14062), le etichette e dichiarazioni ambientali (ISO 14020 e seguenti).
A livello europeo, tra gli “strumenti” di gestione, i sistemi di gestione ambientale sono certamente quelli più diffusi (sia ISO 14001 che EMAS), ma, accanto a questi, anche gli altri “strumenti” più orientati alla gestione delle performance ambientali dei prodotti, pur se più recenti, hanno cominciato ad essere apprezzati nelle imprese ed il numero di organizzazioni che cominciano a “lavorare sui prodotti” e sull’intera filiera produttiva, anziché sulla singola “fabbrica”, comincia ad aumentare.
Anche l’Italia segue questa tendenza: al giugno 2008 avevamo 12.767 organizzazioni certificate ISO 14001(con 7.976 certificati rilasciati), 1240 organizzazioni registrate EMAS (con 867 registrazioni rilasciate), 3.503 prodotti/servizi con Ecolabel europeo (con 218 licenze rilasciate) e 44 EPD rilasciate secondo la procedure EPD System dello Swedish Environmental Management Council (la procedura più utilizzata in Italia, cui dovrebbero comunque aggiungersi eventuali altre EPD ottenute con altre procedure).
Alla LCA ed all’Eco-Design non sono associate direttamente delle certificazioni, pertanto, non è semplice individuarne la diffusione sul territorio italiano; la Rete Italia LCA ha comunque avviato un lavoro di mappatura e censimento degli studi italiani di LCA.

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Pre-certificazione EPD Registrazione Emas Certificazione Iso 9001:2000 Certificazione Iso 14001:1996